Published research sleep report · Italian · original text
Defending a child’s story while adults blame me for his tears
Anonymous research participant
Individual traits and experiences predict the content of dreams — public main-study data (2026) · derivatives/dataset1_dream_table_v20240430.mat, MATLAB table row 47 (one-based), field txt_cleaned; MCOS string index 46
Succede qualcosa che è legato a un ospedale o comunque qualcosa del genere, una situazione di diciamo di un problema per cui si rientra dall'ospedale. E nella scena ci siamo io, c'è mia madre, degli amici di mia madre, in particolare una donna adulta e un bambino, e mio cugino [NAME2], poi mia mamma, quindi fondamentalmente siamo in quattro. Rientriamo casa mia, dei miei genitori a [PLACE1]. Questo bambino sulla base di, mi fa vedere un racconto, un tema, un portacenere, un libricino tascabile piccolo, tipo un Bignami in cui, con la copertina blu in cui ha stampato un tema o un racconto che lui ha scritto su richiesta diciamo a scuola, appunto va alle elementari e chiedevano di scrivere questo racconto lui per conto che io a un certo punto gli chiedo se è un racconto suo, come dire, è risultato, parto della sua fantasia completamente oppure è stato in qualche modo guidato nelle consegne eccetera. E lui mi dice: “no, l'ho inventato tutto io”. Racconto che per certi versi ricorda la trama dell'amica geniale, serie tv. Questo è un po’ lo sfondo, la trama, l’inizio e io leggo le prime precisamente le prime righe di due paginette, uno due paginette, sono tre ragazzi che diciamo si amano a vicenda. Tre ragazzi che si amano a vicenda ma uno non è corrisposto rispetto all'altro quindi ci sono diciamo degli affetti, dimensioni emotive che non vengono corrisposte, sono obbligati a stare in una stanza, come dire, rapiti. Quindi il raccontino parte con questa scena e descrivendo le situazioni di questi tre. A un certo punto io continuo a leggere e sono, mi rendo conto che ci sono degli errori di grammatica, degli errori non di punteggiatura ma di dal punto di vista narrativo non, è poco chiaro, è un po’ confuso. Però comunque dico vabbè è un bambino che è a fianco a me questo bambino in realtà mentre io sto leggendo. Poco più in là ci sono mia madre, questa amica di mia madre, cioè la madre appunto di questo piccolo, che stanno lì. Io leggo sto racconto e sento crescere in me un po’ come, cioè questo bambino sa che a me piace scrivere, e come dire mi ammira, vede in me come dire una figura che può dargli innanzitutto soddisfazione se leggo il suo prodotto, dall'altra parte forse anche dei consigli, cioè io mi sento questo ruolo, questa responsabilità, questa ammirazione da parte del bambino, anche forse da parte della madre sua. E per cui leggo abbastanza attentamente il racconto con l'idea di dirgli qualcosa poi effettivamente, di aiutarlo in questa, se ha avuto questo desiderio di scrivere eccetera. E questo scrivere è diventato qualcosa di reale, stampa un librettino, per quanto possa essere appunto una cosa così, lì per lì, comunque è una cosa carina e quindi mi va di incentivarlo eccetera. Leggo, continuo a leggere, a un certo punto all'improvviso, sento cioè cresce verso di me una certa, nella scena tra le persone presenti, una certa inquietudine, una certa difficoltà, un. Cioè per cui a un certo punto il bambino piange, sta singhiozzando e le persone presenti se la prendono con me, cioè mi dicono mi stanno dicendo qualcosa, cioè mi riprendono per qualcosa che io ho fatto o avrei dovuto fare diversamente. Per cui a un certo punto io mi sento responsabile del pianto del bambino e come dire di averlo incentivato o di averlo incoraggiato a fare qualcosa quando in realtà non avrei dovuto. Quindi il bambino ora piange. A un certo punto gli adulti presenti, mia madre e la madre di questo mio, se la prendono con me, facendomi notare un comportamento che non va bene quindi che non avrei dovuto avere e che se l’avessi avuto diversamente il bambino non avrebbe pianto eccetera. Mi rendo conto perfettamente che è una cosa assurda cioè che non c'entra nulla con il fatto che il bambino piange o con la storia. È qualcosa legato allo scrivere comunque sempre. Cioè come se io l'avessi in qualche modo illuso, qualcosa del genere, vabbè. Mentre sto, al che loro in realtà, la madre di questo mi rimprovera per una cosa letteralmente che non c'entra nulla con il resto, con quello che sta succedendo, per cui non mi sento per niente responsabile. A un certo punto io mi rendo conto che mentre sto dicendo a queste persone che stanno dicendo una cosa assurda ed è completamente estranea rispetto a quello che sta succedendo. Sento mia madre che mi dice “vabbè, io spero che tu te ne stia andando, come dire, togli il disturbo, stai peggiorando ancora di più la situazione, è incredibile che tu ancora pensi risponda come dire pensi di essere dalla parte del giusto, nonostante questo”, il bambino sta piangendo, singhiozzando, continua a piangere e a singhiozzare, io rispondo a mia madre “certamente, sì me ne sto andando”, mi inizio a prendere i miei effetti personali. C'è un portafoglio, delle chiavi, erano sul tavolo, un portafoglio nero. E nel frattempo mi sto allontanando con il pensiero, il bambino è da qualche parte, con il pensiero però di dire a questo bambino “bravo, è un racconto carino”, io sento che mi sto commuovendo per questo feedback che sto dando, che voglio dare al bambino perché mi rendo conto che è un feedback che può servire a lui, nonostante questo risultato questo rimprovero che io sto ricevendo in qualche modo è collegato però chi se ne importa. Nel senso che a me importa, mi interessa di questo bambino e di raccontare a lui cosa sta succedendo, intendo dire cos'è accaduto e se continuare o no, se nella storia eccetera, cioè il valore di questa scrittura, se è una cosa che a lui piace di continuarla liberamente e che era un'ottima cosa, una cosa carinissima quella che aveva fatto, fino all'epoca di rileggere io a un certo punto dico: “cavolo devo dire al bambino di rileggere quel racconto col tempo e di sistemarlo dei punti e approfondirli, altri magari di rivederli, che però è una cosa carinissima e di continuare così perché è bello, perché è molto bello”. E sono indeciso se chiedere o meno al bambino di farmi dare questo racconto per continuare io a leggerlo e fargli, sottolineare alcune cose che non vanno e dargli poi dei feedback più completi, oppure di lasciargli il racconto, in modo tale che rimanga a lui questo pezzo di cosa fatta bene, cioè che possa sentire soddisfazione nel vederlo. Tutto questo mi passa per la testa mentre io mi sto allontanando. Sennonché a un certo punto io ho quest'altra immagine di uno, non di un corridoio, di una stanza abbastanza piccola, d'ingresso ad una casa probabilmente è l'ingresso, probabilmente ora è all'ingresso a questo l'appartamento dove poi trovo queste persone. C'è una porta. Allora è un ingresso abbastanza povero come dire, trasandato poco curato, c'è questo particolare di una serratura, di una chiave che gira, quelle vecchie diciamo, una serratura con un chiave, abbastanza, non troppo, che non si usa oggi. Cioè una chiave di quelle un po’ lunghe, un po’ vecchie eccetera. Allora e non si vede la porta, cioè questa chiave e questa serratura e la struttura della porta, che è bianca, tipo delicata, non proprio non troppo curata nel dettaglio ma che perde colore, tipo delle cose che quando ero all’asilo, cioè delle porte della scuola elementare, o all'asilo, cioè delle porte che c'erano all'epoca, vent'anni fa tipo, un po’ vecchie, che fanno un rumore come se ci fosse, quelle porte che hanno una vetrata a un certo punto, dalla metà in su per esempio e che quando si chiudono e si aprono fanno quel rumore di vetro perché, non correttamente, come dire, sistemato, non correttamente fissato, per cui il vetro minimamente si muove e senti questo, il rumore diciamo della porta che si chiude, eccetera col dadan dietro. Comunque ho questo ho questo suono, questa immagine io come dire entro e poi trovo la scena. Io comunque mi allontano dal luogo e finisce così.
Source & context
A deidentified Italian dream report from the public main-study dataset for Individual traits and experiences predict the content of dreams. The original researchers cleaned the transcript and replaced identifying details; their published text and bracket markers are preserved. This is a research report, not a Synastry community submission or a count of distinct people.
Valentina Elce, Giulio Bernardi and Giacomo Handjaras (2026), data release for Individual traits and experiences predict the content of dreams, Zenodo DOI 10.5281/zenodo.15230218, CC BY 4.0; anonymous participant dream report. Dataset creators are not the dreamers.
No individual dream date is supplied in this publication projection. The source release year is not a dream date.
CC BY 4.0 applies to the original authors’ public data release. The study records written consent and deidentification. Dataset creators receive attribution, separate from the unnamed dreamer. Original released text is preserved; the story title and navigation themes are editorial additions.
Source locator and text provenance
derivatives/dataset1_dream_table_v20240430.mat, MATLAB table row 47 (one-based), field txt_cleaned; MCOS string index 46
The original text and redactions are preserved. The page title is an editorial navigation label.
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Content notes
- Dream anxiety or peril
Connections in the Loom
Titles, theme labels, illustrations and map connections are editorial navigation aids. They are separate from the account’s words and do not establish connections between real people.