Published research sleep report · Italian · original text
Climbing a weightless wall to complete a rainbow clock at the amusement park
Anonymous research participant
Individual traits and experiences predict the content of dreams — public main-study data (2026) · derivatives/dataset1_dream_table_v20240430.mat, MATLAB table row 652 (one-based), field txt_cleaned; MCOS string index 651
Andavo a un incontro al lunapark con tutti i miei amici e dovevo incontrare [NAME1] e [NAME2] e [NAME1] non era ancora arrivato. Ho incontrato [NAME2], decidiamo di andare insieme e io il percorso l'avevo già fatto tre volte uhm quello lì del lunapark, ogni volta cambiava, soprattutto nell'entrata ehm cambiava sempre entrata; una volta c'era dei capannoni che sembravano delle cabine del mare, un'altra volta c'era una tenda nera piccola bassa dove dentro c'era uhm qualcuno che in realtà era un apparecchio meccanico che veniva fuori il mostro, uno scheletro coperto di nero, veniva e ti prendeva la giacca e ti tirava uhm, niente di che però paura per me, mi dava fastidio ecco, più che altro; e un'altra volta non c'era proprio niente, c'era solo l'entrata, tu entravi e facevi il tuo percorso. Ogni volta cambiava, ma era sempre il solito alla fine, cioè i percorsi erano quelli e quindi ormai li avevo già fatti. In uno entravi ehm e tipo eri insieme a tre persone, dentro questa macchinetta che era fatta tipo mongolfiera piccola, bassa naturalmente, il palloncino era basso, era finto e con la forza questa macchina veniva tirata in alto e te dovevi andare a centrare il buco del soffitto che non guidavi te, però avevi sempre la paura di non arrivarci perché andava lentissimo. E poi c'erano tanti percorsi all'interno, riuscivi fuori, rientravi. Con [NAME2] prima di entrare nell'entrata principale eravamo dentro questo sotterraneo, c'era un sotterraneo, noi eravamo sotto uhm in fila e io vedevo dalla prospettiva di tutti loro che aspettavano ad entrare, ed erano una fila uhm in ordine crescente dal più forte al più scarso, ma secondo la logica dei Pokemon. Cioè i Pokemon ce ne sono tantissimi, e questi ragazzi qua erano in ordine come dei Pokemon. Tra l'altro guardando sembravano delle bambole, non avevano la forma veramente umana. In molti c'ho riconosciuto dei ragazzi che conosco, tantissimi, tipo i gruppetti. E io facevo parte di loro, io vedevo dalla mia prospettiva che ero come se fossi uno spettatore, e poi loro, man mano, da questo sfondo di rocce e pavimento bianco, una cosa costruita dal niente nella natura, pian piano scalavano ed entravano dalla grotta per entrare poi nella superficie, per entrare nell'esterno. E io man mano che scalavano mi aggiungevo. Arrivo ad essere ultima, insieme a [NAME2] e altre persone e [NAME1] non rispondeva cioè non era venuto, non avevo tempo per chiamarlo. Saliamo, facciamo l'entrata del parco giochi e io mi trovo con [NAME2], solo che avevo paura, quindi mi metto dietro di lui, come se lui mi parasse. Non parliamo perché non c'è bisogno di parlare, non c'era bisogno di dire niente, poi io so già di lui, lui sa già di me e quindi partiamo. Abbiamo fatto il percorso dove ad un certo punto ci siamo quasi uniti io e lui, io non vedevo più la sua figura intera e lui nemmeno la mia, era come se ci fossimo fusi, che per aiutarci ancora di più, per superare questo livello, perché se non lo superavi morivi. Ehm il percorso più difficile era un percorso di arrampicata, partiva abbastanza orizzontale e man mano che saliva questa parete arrivava in verticale, totalmente e non aveva appigli. E era una sensazione bellissima, da metà in poi tu andavi su grazie a una spinta strana, come se ci fosse qualcuno che sotto di te soffia e te vai grazie a quello. Quindi i piedi non li usi, usi la forza delle braccia e vai, appena prendi il ritmo vai, non c'è niente che ti trattiene. Era bellissimo perché ti sentivi pesare veramente un chilo, anziché cinquanta, sessanta, settanta. Un chilo, te andavi con queste braccia che erano leggerissime, un corpo leggerissimo, così. Mentre partivamo io e [NAME2] c'era un ragazzo che aveva già fatto, era lassù e aspettava noi. Le altre ragazze erano in giù che aspettavano il loro turno. Poi appena partiva anche loro andavano, cioè tutti insieme. Partiamo io e [NAME2] e tutto apposto fino a più di metà abbiamo sentito cedere le gambe, cedere le braccia, cioè non avere più la forza. Allora ho pensato quando ero lì a un lupo mannaro. Ho sentito come se mi trasformassi in un lupo mannaro e con la forza ho cominciato la mia spinta era proprio una cosa di spinta, forza, ritmo di braccia. A un quarto dalla fine, eravamo in cima, sulla mia sinistra c'era una porta. C'era questa porta come se fosse una porta di un'entrata di una casa antica, vecchia nel senso anni settanta, sessanta, di metallo color oro, mezza trasparente perché aveva i pezzi di vetro. E al mio fianco era per lì e mi volevo aiutare con quella per salire, ma non volevo nemmeno sfiorarla. Allora guardo la porta e vado oltre, continuo a salire. Era una sensazione strana, perché la parete era fatta di terra, ghiaia, cioè era stabile eh, ma aveva molti pezzi che si frantumavano al contatto, questi sassolini e terra. Mentre salivo, lateralmente, era come se abbracciavo la salita. Quindi prendevo lateralmente la pista, l'arrampicata, con braccia lunghissime e sentivo dalla mia mano sinistra, come se ogni volta che toccavo c'era un ragno, c'era un insetto, qualcosa, un animale che mi faceva il solletico, che mi voleva mordere. Ogni volta che mettevo la mano c'era qualcosa, a destra zero. Forse perché a destra c'era [NAME2], perché [NAME2] si era fuso a me, quindi ogni tanto faceva la parte sotto, cioè era come se io non lo vedevo più ma lui era anche sotto di me, cioè mi dava la spinta e forse era per quello che mi sentivo leggera di un chilo, il più lo faceva lui, io ero braccia finte, cioè ero ritmo. Era lui quello che faceva il tutto. E quindi c'era questo insetto nella mano sinistra che mi solleticava quindi mi faceva anche schifo, c'era tutta questa situazione che dovevamo salire ma c'era questo ragno che mi dava noia. Alla fine poi arriviamo a un quarto della salita, tre quarti dalla fine, proprio ci mancava pochissimo e ci fermiamo, stavamo per scendere, ad un certo punto dico "No, proprio per niente". Quindi inizio a sobbalzare a sinistra destra sinistra destra sinistra a darmi una specie di spinta strana e riusciamo a salire, mi arrampico alle prime cose che trovo per terra, un sasso, un buco, tutto, e anche alla parete della stanza proprio. Mi arrampico, c'erano delle rientranze e il ragazzo che era sopra era pronto con la mano a prenderci, ma io gli dico di no non volevo perché avevo paura che magari lui non avesse abbastanza forza per reggere me e [NAME2] e sicuramente non ce l'aveva e quindi poteva andare giù. Quindi no. Saliamo e [NAME2] e insieme a questo ragazzo che era giù su e è stato strano perché se non riuscivi a passare quello morivi, non avevo visto morto nessuno, però per me morivi. Ehm poi da lì ho visto un orologio per terra, con l'arcobaleno. Allora se quando completavi il percorso l'arcobaleno stava in un orologio piccolo al centro di un cerchio, c'era il cerchio dell'orologio e in pratica, l'arcobaleno riempiva tutto il cerchio, quindi era un cerchio d'arcobaleno, e tu partivi e veniva completato l'arcobaleno quando completavi tutti i percorsi, perché quando partivi ti davano un colore, alla partenza iniziava l'arcobaleno, quindi con un determinato colore, poi quando arrivavi a quasi metà la parte dell'orologio arcobaleno iniziava a sinistra, andava con i suoi colori e arrivava quasi a metà e poi iniziava da destra, cioè continuava a destra per arrivare a metà e si concludeva quindi soltanto al centro. Io sopra alla fine dell'ultimo gioco vedo per terra questo orologio aperto, non era attaccato a un polso, che forma la fine dell'arcobaleno.
Source & context
A deidentified Italian dream report from the public main-study dataset for Individual traits and experiences predict the content of dreams. The original researchers cleaned the transcript and replaced identifying details; their published text and bracket markers are preserved. This is a research report, not a Synastry community submission or a count of distinct people.
Valentina Elce, Giulio Bernardi and Giacomo Handjaras (2026), data release for Individual traits and experiences predict the content of dreams, Zenodo DOI 10.5281/zenodo.15230218, CC BY 4.0; anonymous participant dream report. Dataset creators are not the dreamers.
No individual dream date is supplied in this publication projection. The source release year is not a dream date.
CC BY 4.0 applies to the original authors’ public data release. The study records written consent and deidentification. Dataset creators receive attribution, separate from the unnamed dreamer. Original released text is preserved; the story title and navigation themes are editorial additions.
Source locator and text provenance
derivatives/dataset1_dream_table_v20240430.mat, MATLAB table row 652 (one-based), field txt_cleaned; MCOS string index 651
The original text and redactions are preserved. The page title is an editorial navigation label.
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Content notes
- Dream anxiety or peril
Connections in the Loom
Titles, theme labels, illustrations and map connections are editorial navigation aids. They are separate from the account’s words and do not establish connections between real people.